Allarme oceani: il blu del pianeta smette di respirare, in aumento le aree senza ossigeno

Allarme oceani: il blu del pianeta smette di respirare, in aumento le aree senza ossigeno

L’acqua come metafora della vita sta depauperando il suo significato: in 70 anni le aree prive di ossigeno degli oceani si sono quadruplicate. Secondo gli esperti le cause sono attribuibili alle attività umane ma: “Possiamo ancora salvare i nostri mari

Il grande blu, il flusso di vita che abbraccia l’intero pianeta è sempre più a rischio. In poche decine di anni (un tempo esiguo considerata la storia geologica della Terra) gli oceani hanno rivelato il loro nero:sono sempre più numerose le zone morte dove non c’è presenza di ossigeno. Le conseguenze del cambiamento climatico e dei danni provocati dall’uomo si celano facilmente negli abissi ma ora la consapevolezza deve venire a galla.

Allarme oceani: il blu del pianeta smette di respirare, in aumento le aree senza ossigeno

La salute dei nostri oceani emerge da uno studio coordinato da Denise Breitburg, ricercatrice dello Smithsonian Environmental Research Center negli Stati Uniti, realizzato in collaborazione con un team Unesco. La ricerca pubblicata su Science ha monitorato i livelli di ossigeno dei mari del globo ed è emersa una situazione critica e allarmante per il futuro: la costante diminuizione dell’ossigeno disciolto nelle acque e il conseguente aumento delle aree anaerobiche metterebbe seriamente a rischio la sopravvivenza di moltissime specie. Nella peggiore delle ipotesi si potrebbe verificare una totale estinzione. Una perdita immane per la biodiversità marina e un domino per le conseguenze terrestri, anche per gran parte delle popolazioni strettamente connesse con gli oceani. Le acque marine del pianeta nutrono più di 500 milioni di uomini e offrono lavoro a 350 milioni di persone.

Dove si trovano le zone morte senza ossigeno?

Secondo lo studio le aree dove l’ossigeno è scarso o quasi nullo sono localizzate lungo le coste che vanno dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Asia all’Australia. Presenti an che in mari interni europei come il Mar Baltico e il Mar Nero. La ricerca ha evidenziato 500 zone prive di ossigeno, una situazione allarmante considerata la crescita esponenziale: 70 anni fa erano meno di 50.

La deossigenizzazione inoltre comporta la formazione di microbi che proliferano e producono ossido di azoto, un gas a effetto serra nocivo per l’equilibrio del pianeta e la salute dell’uomo.

La ricercatrice ha dichiarato: “La situazione è critica ma questo è un problema che possiamo e dobbiamo risolvere l’arresto del cambiamento climatico richiede uno sforzo globale, ma anche le azioni locali potrebbero aiutare a fermare il declino dell’ossigeno“.