“Com’eri vestita?”: la mostra-denuncia inaugurata alla Casa dei Diritti a Milano

“Com’eri vestita?”: la mostra-denuncia inaugurata alla Casa dei Diritti a Milano

Saranno gli abiti esposti in occasione della mostra “Com’eri vestita?”, inaugurata alla Casa dei Diritti a Milano, a dar voce alle vittime di violenza sessuale

Organizzata dal Centro antiviolenza “Cerchi d’acqua” presso la Casa dei Diritti di via De Amicis a Milano, la mostra-denuncia “Com’eri vestita?” nasce per abbattere il più triste pregiudizio che ancora troppo spesso aleggia sui numerosissimi episodi di violenza sessuale. Ispirata alla domanda che molte donne sono costrette a sentirsi porre in seguito a una violenza, la mostra vuole denunciare la subdola tendenza a colpevolizzare le vittime, trasformandole di fatto da vittime inermi in provocatrici della violenza stessa.

Un abito per ogni storia di violenza: dal paio di jeans al costume da bimba

Diciassette abiti per altrettante storie di violenza, “raccontate” attraverso i vestiti e alcune brevi didascalie redatte dalle vittime sostenute dai gruppi di auto aiuto del Centro antiviolenza “Cerchi d’acqua“. L’importante testimonianza raccontata dagli indumenti indossati al momento dello stupro, che si tratti di un paio di jeans, di un pigiama, o di un costume da bagno da bimba, arriva dritta al punto e ribalta l’aberrante insinuazione che siano le vittime, colpevoli di chissà quale atteggiamento inopportuno, a provocare la violenza sessuale.

La mostra

Aperta fino al prossimo 21 marzo, la mostra “Com’eri vestita?” nasce dalla poesia “What I was Wearing” di Mary Simmerling, già fonte di ispirazione per una manifestazione artistica nata in America. Nel 2013, infatti, la docente della University of Arkansas Mary Wyandt-Hiebert, e Jen Brockman, direttrice del Sexual Assault Prevention Center presso la University of Kansas, avevano organizzato un’installazione artistica intitolata “What were you wearing?“, esposta a rotazione in più college americani per abbattere i falsi stereotipi sulle violenze sessuali. Il progetto italiano, comprensivo di alcune storie dell’installazione americana, si pone l’obiettivo di dimostrare che non è certo il vestito a generare la violenza, concentrandosi in particolare sulla delicata questione della mancanza di consenso da parte delle donne abusate.